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Sindromi coronariche acute e anemia

Sindromi coronariche acute, l'influsso dell'anemia sugli esiti
Dopo un ricovero per sindrome coronarica acuta (Acs), la presenza e la severità di una condizione di anemia di qualsiasi origine rappresenta un importante fattore predittivo di elevata mortalità, sia intraospedaliera, sia a lungo termine. È la conclusione di uno studio durato oltre 23 anni, effettuato al Centro universitario medico Erasmus di Rotterdam (Olanda) da un team cardiologico coordinato da Ron T. van Domburg. L'anemia, potenzialmente, può aggravare un insulto ischemico miocardico dirigendolo verso un infarto a causa del ridotto contenuto di ossigeno del sangue che irrora il tessuto danneggiato, così come può peggiorare qualsiasi Acs determinando un aumento della richiesta di ossigeno miocardico per la necessità di un output cardiaco superiore allo scopo di mantenere un adeguato rilascio di ossigeno sistemico.
Nello studio sono stati arruolati 5.304 pazienti ammessi consecutivamente al Thoraxcenter del Centro Erasmus con una diagnosi di Acs (Stemi o Nstemi) dal 1985 al 2008. Tenendo conto dei criteri stilati dall'Oms (che definiscono l'anemia come la presenza di un livello emoglobinico sierico <13g/dl nell'uomo e <12g/dl nella donna), i pazienti anemici sono stati suddivisi in terzili, così da poter comparare una condizione di grado lieve, moderato o grave con uno stato caratterizzato da assenza di anemia. Allo scopo di effettuare un'analisi di tendenza, la popolazione in studio è stata classificata in 3 gruppi: dal 1985 al 1990, dal 1991 al 2000 e dal 2001 al 2008. Le misure di outcome considerate sono state la mortalità generale a 30 giorni e a 20 anni.
L'anemia è stata rilevata in 2.016 pazienti (38%), dei quali 655 mostravano una forma lieve, 717 una condizione moderata e 646 uno stato severo. La durata media del follow-up è stata di 10 anni. Rispetto ai soggetti non anemici, l'hazard ratio (Hr) aggiustato per la mortalità a 30 giorni è risultato pari a 1,40 nei soggetti con anemia moderata e a 1,67 in quelli con forma grave. L'Hr a 20 anni è sceso a 1,13 nella condizione moderata e a 1,39 in quella severa. Si è anche notato che la sopravvivenza intraospedaliera è migliorata con gli anni. Rispetto al periodo 1985-1990, gli Hr aggiustati si sono attestati a 0,52 tra il 1991 e il 2000, e a 0,36 tra il 2001 e il 2008. Per gli esiti a lungo termine, invece, i dati del periodo 1991-2000 non sono apparsi sostanzialmente diversi da quelli della coorte 1985-2000, mentre la mortalità a lungo termine della coorte 2001-2008 è risultata significativamente inferiore alle due precedenti (Hr: 0,85). Il fatto che la mortalità intraospedaliera sia migliorata sembra correlato al grande cambiamento delle pratiche di ammissione ospedaliera e all'avvento, nel corso di 20 anni, di nuove opzioni terapeutiche come gli Ace-inibitori, i beta-bloccanti e la Pci primaria in caso di Stemi. La gravità dell'anemia resta dunque associata all'esito a lungo termine, ma la mortalità è predominante solo entro il primo anno: in seguito, anemici e non anemici mostrano sopravvivenze simili.
Am J Cardiol, 2011 Dec 5. [Epub ahead of print]

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